Ostaggi dei russi

Procede a grandi passi la marcia indietro della Russia verso la dittatura.
Dal 1999 ad oggi il presidente Russo Vladimir Putin ne ha fatta di strada: da signor nessuno, quando Boris Eltsin lo scelse come suo successore, a signore incontrastato (incontrastabile) di un paese diventato più ricco, più influente, più sicuro di sé.
In mezzo a questi sette anni: la lunga e terribile guerra in Cecenia con due altrettanto orribili appendici: i morti del teatro di Mosca e il massacro della scuola elementare a Beslan; l’entrata trionfale nel G8; una rielezione scontata; il sottomarino-bara Kursk nel quale morirono decine di marinai per uno stupido capriccio: quello di non voler chiedere aiuto agli americani; le morti sospette di alcuni giornalisti, fra cui Anna Politkovskaya; il cappio messo intorno ai mezzi di comunicazione; il nazionalismo più becero e l’anti-americanismo in costante crescita (lo dimostra la sfrontatezza con cui Putin ha potuto minacciare la Nato di uscire dal patto di non proliferazione se gli Usa non ritireranno il loro scudo antimissile); l’opposizione al partito di Putin sempre più fioca; leggi e riforme che sanno di restaurazione, come l’elezione diretta dei governatori delle varie zone da parte del capo di stato. Governatori che fino a poco tempo fa erano eletti dalla Duma (la Camera). Dall’elezione democratica all’investitura medioevale.
Eppure, come ho accennato prima, questa Russia è molto più forte, compatta, ricca di 8 anni fa.
Il benessere si sta estendendo a molti cittadini, la compagnia Gazprom è un colosso mondiale dell’energia e può aprire o chiudere i rubinetti del gas a mezza Europa con uno schiocco di dita. Gazprom è in mano a privati, ma è controllata dallo Stato. Una macchina da soldi formidabile. E uno strumento di minaccia perfetto. Ucraina e Bielorussia, due ex repubbliche sovietiche oggi indipendenti, ci sono già passate: un passo verso la democrazia, verso l’Unione Europea, corrisponde alla minaccia di prezzi più alti sul gas.
Ed è proprio questa la cosa più agghiacciante: il silenzio dell’Unione Europea. Ai nostri confini orientali sta (ri)nascendo uno stato autoritario e insofferente a qualsiasi forma di pluralismo, di confronto con l’esterno. Ma tutti stanno zitti.
L’Europa ha paura. Non può permettersi di alzare la voce con un paese che le vende il gas e il petrolio. Senza le materie prime russe, noi europei non siamo niente.
Ecco il risultato di una politica energetica scriteriata e priva di qualsiasi lungimiranza. Se l’Europa avesse puntato da tempo sulle energie rinnovabili o avesse cercato qualche alternativa a questa dipendenza, oggi non si troverebbe così umiliata.
Naturalmente c’è Europa e Europa. C’è la Germania che sta investendo miliardi di euro sull’eolico e le bio-masse, c’è la Svezia che ha annunciato come vicinissima la propria auto-sufficienza energetica. E c’è l’Italia che ancora oggi si dibatte tra comitati del no, rigassifigatori fantasma, centrali a bio-masse mai costruiti, investimenti insufficienti.
Tanto per capirsi, un rigassifigatore permette di importare il gas via mare (ad esempio dall’America), senza bisogno di passare dai gasdotti russi. Il gas viene ri-trasformato dallo stato liquido allo stato gassoso proprio da questi impianti, che rappresentano solo uno dei tanti modi per liberarsi dal ricatto russo.
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