martedì, 03 aprile 2007

Enel si mangia Endesa. E gli spagnoli s’incazzano.

 

Alla fine Enel ce l’ha fatta: ha fatto sua la gallina dalle uova d’oro. Si tratta della compagnia elettrica spagnola Endesa. Il gigante dell’energia tdesca E.On ha rinunciato alla sua offerta e ha lasciato campo libero a Enel e Acciona (un gruppo spagnolo di costruzioni). In cambio, i tedeschi hanno preteso alcuni gustosi bocconcini della compagnia spagnola. Ad esempio Viesgo, il gruppo che accende la luce a 600mila spagnoli in Cantabria. Si tratta di bocconcini per 10 miliardi di euro. Capite bene che in questo affare, nessuno perde.

 

Endesa è un’impresa grande, ben amministrata, regina del mercato spagnolo e ben presente anche in Sud America.

Un’impresa che vanta diverse centrali nucleari e 38mila megawatt di energie rinnovabili.

Questo significa che Enel dall’oggi al domani avrà a disposizione una discreta base di energie diverse dagli idrocarburi. E di conseguenza, anche l’Italia. Meno dipendenza. Non mi pare poco.

In Italia siamo tutti molto contenti.

In Spagna, invece, pare che gli unici a stappare il “cava” siano gli azionisti di Endesa. E chi non lo sarebbe, al loro posto? Comprano le azioni a 17 euro, e qualche settimana dopo un italiano è disposto a comprargliele per 41. E già che c’è, l’italiano gli ripiana anche tutti i debiti accumulati.

Sfortunatamente, ci sono anche spagnoli che non hanno mai acquistato le azioni di Endesa.

Uno di loro, Eduardo, è un operaio dell’azienda elettrica spagnola. E sul sito di El Paìs, scrive:

“Fin dall’inizio, questa storia è stata un disastro. In Endesa viviamo da due anni una situazione di incertezza, e questo ha influito sulla gestione quotidiana dell’azienda.

Ora tutti hanno perso: i clienti (i nuovi proprietari alzeranno le tariffe per recuperare al più presto l’enorme investimento e diminuire al massimo il rischio), perderanno gli impiegati (non dimentichiamo che Endesa verrà smembrata e questo diminuirà la sicurezza di un lavoro) e perde la Spagna a lasciare in mani italiane e tedesche la gestione industriale del più grande gruppo spagnolo”.

Roberto invece si chiede “quale sarà il piano industriale dei nuovi proprietari, oltre a vendere un bel pezzo dell’impresa a E.On. Non so cosa ne faranno delle centrali di carbone, delle rinnovabili, con i 30mila lavoratori di Endesa. Né Entrecanales (di Acciona ndr) né gli italiani hanno detto una parola su tutto questo. E credo che neanche loro sappiano cosa dire”.

 

Ricordiamoci bene di queste parole. Perché se oggi festeggiamo, qualcuno in Italia sarà pronto a dire le stesse cose quando Telecom e Alitalia passeranno in mano allo straniero.

E’ il mercato, baby.

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lunedì, 02 aprile 2007
Due miliardi e mezzo di beghe

Dalla relazione trimestrale di cassa presentata dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, sono emersi diversi dati positivi per la finanza pubblica. C’è un dato, però, che sta provocando un forte dibattito fra le parti sociali: è il “tesoretto”. La questione fondamentale è: cosa farci?

Cos’è il tesoretto

Lo Stato italiano ha fra gli 8 e i 10 miliardi di euro in più a disposizione (equivalenti allo 0,5/0,7% del Pil), grazie al gettito fiscale che nell’ultimo anno è stato maggiore di quanto previsto dalla Finanziaria. Questi numeri, a detta di Padoa-Schioppa, sono strutturali. Ovvero: non sono entrate occasionali, ci si potrà fare affidamento anche nel futuro. Fino a giugno, comunque, non si saprà con certezza a quanto ammonta questo dividendo fiscale.

Come verrà impiegato

Di questi 8-10 miliardi, 7,5 andranno a mettere una pezza sul debito pubblico, che secondo l’ultima rilevazione ammonta al 106,9% del Pil italiano. Su questo, l’esecutivo non negozierà. Ci sono i parametri di Bruxelles da rispettare: entro il 2010 i paesi della Ue dovranno aver completato il loro percorso di risanamento.

La battaglia sui 2,5 miliardi

Come gestire quel che rimane dell’extra gettito è l’argomento di scontro tra sindacati, Confindustria, diversi partiti della maggioranza e singoli ministri. L’associazione degli imprenditori auspica che sia utilizzato per risanare il debito. Questa l’equazione di Montezemolo: minore è il debito, maggiori saranno le possibilità di offrire servizi a cittadini e imprese.

I sindacati, invece, stimolano il governo ad aumentare le pensioni basse, avviare il riordino degli ammortizzatori, sostenere il Welfare e le famiglie. Applicare tutte queste misure, però, significherebbe superare (quasi doppiare) la soglia dei 2,5 miliardi. Il governo da parte sua ha presentato un piano d’azione in tre parti: a giugno si lavorerà su welfare e ammortizzatori sociali; a metà estate, detassazione degli affitti e agevolazioni per gli incapienti, mentre a settembre verrà abbattuta l’Ici sulla prima casa e si finanzieranno le nuove infrastrutture. E’ un piano che potrebbe trovare il beneplacito dei sindacati. Anche in questo caso, però, il quesito è: 2,5 miliardi basteranno?

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