Le leggi elettorali e la storia che si ripete
La storia vive spesso di deja-vu. E altrettanto spesso neanche se ne accorge.
Leggendo la Storia d’Italia di Arrigo Petacco ho avuto l’impressione di rivivere le polemiche di questi giorni, di questi mesi. Sto parlando della legge elettorale voluta dalla DC nel 1953, da molti ribattezzata “legge truffa”.
Dopo una legislatura in cui la sola DC di De Gasperi aveva governato con maggioranza assoluta alle due camere (in seguito al trionfo del 1948), arrivò l’inevitabile calo dei consensi. L’allarme fu lanciato dalle amministrative del 1951 in cui la DC perse 4 milioni di voti rispetto ad appena tre anni prima. A molti italiani non piacque l’abuso che la DC stava facendo del proprio potere e diversi scandali di corruzione erano già saltati fuori.
Per continuare a governare senza gli intoppi dell’opposizione socialista-comunista, e soprattutto con continuità c’era bisogno di un’idea nuova. E’ così che balena l’idea del sistema maggioritario con premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50% +1. Il premio consisteva nel 65% dei seggi alla camera. Uno squilibrio enorme tra consensi ricevuti e quote di potere accaparrate. Il dibattito alle commissioni e poi alle camere fu durissimo: volarono oggetti di ogni tipo, le scazzottate furono più d’una, gli insulti all’ordine del giorno.
Lo stesso Scelba (uno dei più invisi all’opposizione) iniziò a nutrire qualche dubbio su questo enorme premio di maggioranza. Si rese conto che un sistema così architettato, si prestava ad interpretazioni piuttosto maligne circa la riluttanza della DC ad abbandonare il potere. E di far tutto il possibile per evitare la sconfitta. Il dibattito interno alla DC, comunque, si smorzò presto e la legge passò, senza sostanziali modifiche, con i voti della sola maggioranza: socialisti e comunisti avevano abbandonato l’aula. Fu necessario che il governo chiedesse la fiducia, per togliersi dalla palude.
Fin qui trovate qualche assonanza con il 2006? Io più d’una.
Adesso arriviamo alla seconda parte, ancor più incredibilmente simile alla vicenda delle elezioni del 9-10 Aprile.
La DC si presentò in coalizione con PSDI (socialisti scissionisti), PLI (liberali) e PRI (repubblicani). L’altro fronte, in aperta protesta, si presentò diviso. Fatta eccezione per Unità Popolare, un terzo polo, una coalizione costituitasi ex novo da dissidenti di parte socialista e repubblicana. Questa coalizioncina si rivelò determinante per il fallimento del progetto DC: raccolse quasi l’1%. Tutti voti sottratti alla coalizione dei quattro capeggiata dai democristiani, che raggiunse (beffa delle beffe) il 49,8% dei voti.
Mancarono appena 54mila voti al raggiungimento dell’ambitissimo traguardo del 50%+1, che avrebbe voluto dire maggioranza schiacciante democristiana.
E’ anche vero che furono tantissime le schede annullate (molti italiani non capirono il nuovo sistema ed espressero solo la preferenza al candidato e non anche alla lista) e soprattutto quelle contestate. Un milione di schede contestate. Tuttavia De Gasperi decise di non ascoltare le fazioni più oltranziste del suo partito e non impugnò alcuna battaglia dei conteggi. Da grande statista aveva capito perfettamente che un’ulteriore forzatura avrebbe esasperato un clima che già, di per sé, disteso non lo era.
La DC tornò a guidare il paese. Con la differenza che, stavolta, avrebbe dovuto ascoltare ed accontentare anche i propri alleati, che giocavano un ruolo decisivo per la sopravvivenza del governo. Così come avrebbe dovuto ascoltare assai di più le sinistre.
Quasi dimenticavo. Da legge “ad momentum” qual era, la “legge truffa” fu abrogata l’anno seguente.
A proposito di legge elettorale, a questo indirizzo trovate una proposta molto interessante per sostituire il “porcellum”: maggioritario a due turni.
Per chi volesse approfondire la vicenda 1953, l’archivio RAI offre un servizio di approfondimento con Ugo Zatterin. Qualità audio pessima, qualità giornalistica eccelsa.