venerdì, 30 novembre 2007

Annapolis, il giorno dopo

Murofoto da www.gruppoesperanza.it

In Israele e nei territori palestinesi l’opinione pubblica è molto divisa su come interpretare l’esito della conferenza di pace. Ironia della sorte, i due protagonisti-antagonisti del vertice americano, l’israeliano Ehud Olmert e il palestinese Abu Mazen, convivono con gli stessi problemi interni. Secondo un sondaggio del quotidiano Haaretz, solo il 17% degli israeliani pensa che Annapolis sia stato un successo per il paese. Più diretto il leader dei coloni ebrei, Dani Dayan: “Sono state create molte aspettative, e la frustrazioni saranno grandi. Annapolis non condurrà alla pace ma a una nuova ondata di violenza”. Del resto, i coloni hanno davvero poco da guadagnare dall’accordo che si sta profilando, dal momento che dovrebbero smobilitare e trasferirsi dai territori palestinesi. Dayan, però, è convinto che “l’evacuazione è impossibile e Olmert non la realizzerà”.

Non se la passa meglio Abu Mazen, che sta trovando in Hamas un’opposizione inflessibile: no a qualsiasi forma di collaborazione con il nemico, figurarsi alle concessioni. E’ di ieri l’ultima uscita degli islamisti, secondo i quali la risoluzione Onu del 1948, quella che decretò la nascita dello stato di Israele, potrebbe essere tranquillamente cancellata. “Non c’è nulla di male a correggere un errore” sostengono gli uomini di Hamas. Fra chi tratta con Israele e chi si rifiuta di riconoscerlo la differenza è sconfortante.

Intanto, Annapolis o no, a Gaza si continua a morire come quasi ogni giorno: un raid aereo israeliano ha ucciso 4 palestinesi. Si trattava di miliziani di Hamas e con loro il numero di vittime della guerra arabo-israeliana dall’anno 2000 è salito a 5946.

La soluzione dei due popoli in due Stati, però, comincia a far breccia. La notizia più interessante è che adesso anche Israele comincia a crederci seriamente. Il 53% degli intervistati da Haaretz spera in un accordo di pace con i palestinesi per creare due entità separate e risolvere tutti i problemi pendenti: dai profughi ai confini, dallo status di Gerusalemme alla questione delle sorgenti d’acqua. Lo stesso premier Olmert, che pure non ha alcuna fretta di rispettare la scadenza del 2008 per firmare l’accordo e non perde occasione per frenare gli entusiasmi, si è detto convinto che in caso di fallimento della soluzione delle due entità “lo stato di Israele sarebbe finito”.  Una frase forte, che lascia trasparire il clima da ultima spiaggia che sta vivendo lo stato ebraico: con la prospettiva di un Iran nucleare alle porte la questione palestinese è un nodo da sciogliere. Se non entro il 2008 comunque in tempi brevi.

Secondo il premier israeliano, il suo partner Abu Mazen è “debole, deve ancora definire gli strumenti per l’accordo e potrebbe non essere il grado di farlo”. Dimentica, Olmert, che anche la sua popolarità in patria è ai minimi storici. Gli israeliani, che pure sono divisi su cosa pensare di Annapolis, sono concordi nel ritenere il loro capo di governo inadatto. Non è certo una buona notizia per chi vuole la pace. Ci si chiede: due leader poco amati avranno la forza per imporre compromessi dolorosi ai loro popoli?

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venerdì, 16 novembre 2007
Il ritorno

Dopo grossi problemi tecnici che solo in questi giorni ho avuto il tempo di risolvere, il blog torna finalmente leggibile. Tutti i post, con relativi commenti, sono rimasti. Purtroppo, però, ho dovuto cambiare template. Spero, a breve, di personalizzarlo un po'. Sarebbe l'occasione per un bel restyling del "Cammino".

In attesa di post più costruttivi, vi segnalo il nuovo sito di El Paìs. Ridisegnato, ripensato, personalizzabile persino nel logo. La novità più bella, secondo me, è la doppia versione. C'è quella globale, con particolare attenzione alla cronaca e agli aventi del mondo, e quella spagnola, più proiettata nei fatti interni della Spagna.

Un portale di informazione pensato per i tantissimi lettori dall'estero (soprattutto latino-americani) che non sono per forza interessati alla politica interna spagnola. Ma anche un modo per rispecchiare, anche online, la vocazione del quotidiano cartaceo, con gli esteri sempre in primo piano.

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