venerdì, 28 aprile 2006
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venerdì, 28 aprile 2006
Anche a destra, spiragli di partito unico. Con riserve

Su un articolo de “L’Espresso” della scorsa settimana ho trovato un articolo molto interessante sul futuro politico di Roberto Formigoni, attuale governatore della Lombardia. E di tutto il centro-destra.

Finalmente si comincia a parlare, anche a destra, di partito unico. Qualcosa al proposito l’aveva vagheggiata Berlusconi in campagna elettorale, col suo “Partito del popolo”. La cosa poi finì lì anche perché c’era un’ultima settimana di campagna da combattere.

Oggi se ne riparla. Pare che Formigoni, neo-eletto al Senato, abbia le idee chiare sul futuro della Casa Delle Libertà. Leggete qui (da l’Espresso, “Formigoni marcia su Roma” di Enrico Arosio): “[…] Roberto Formigoni vuole promuovere il progetto in cui crede il Partito unitario di centro-destra che lui chiama Ppe, Partito Popolare Europeo, e Berlusconi ha chiamato Partito del popolo, in assonanza al concetto tedesco di Volkspartei.

Ma il neosenatore va oltre l’idea di Volkspartei; immagina una forza moderata non populista, ispirata a una visione europea, che raccolga sostanzialmente le tradizioni democratica cristiana, laico moderata, liberale e riformista. Una forza che punti al 40 per cento dei voti e più”.

Esattamente i caratteri che un grande partito conservatore europeo dovrebbe avere. Più vicino all’area cattolica pur restando ovviamente a carattere laico, e soprattutto riformista.  Ma c’è di più: il superamento dei limiti di Forza Italia, il fattore che ha finora strozzato sul nascere qualsiasi tentativo (o anche solo idea) di unificazione a destra: “[…] La sfida significa tre cose: il passaggio dal bipolarismo di guerra che ha lacerato l’Italia dal 1994 ad oggi a un bipolarismo più maturo, non più frenato dalla delegittimazione permanente; il superamento del partito piramidale e plebiscitario Forza Italia; l’allargamento oltre la leadership di Berlusconi e del suo clan amicale, professionale, affaristico”.
Ovviamente le resistenze sono forti. Com’è facile immaginare, da Roma, ma anche dalla “sua” Lombardia: “[…] Chi frena è la base ciellina in Lombardia. E l’anima più robusta della Compagnia delle Opere, organizzazione efficiente ma protetta e clientelare più ancora delle Coop”.

 
Proprio quest’ultimo punto, assieme ad un altro dato di fatto, ci fa tornare con i piedi per terra. Cominciamo da CL, ovvero Comunione e Liberazione, quella che potrei definire una potente lobby cattolica senza discostarmi di molto dalla realtà né offendere nessuno. Formigoni, e qui scopro l’acqua calda, ha rapporti molto stretti con l’associazione (non mi risulta comunque sia socio) e risulta che nei suoi anni di governatorato lombardo abbia concesso diversi appalti all’associazione “senza scopo di lucro” per mense scolastiche ed ospedaliere. In cambio dell’appoggio della sua candidatura. Un “do ut des” nel quale è sempre molto difficile capire chi sia il controllato e chi il controllore.

Ma non è finita. E qui ri-cito l’Espresso: “[…] Il politico italiano figura tra le personalità straniere a cui tra il 1997 e il 2003 il regime iracheno di Saddam Hussein e dell’amico cristiano Tarek Aziz, ministro degli Esteri, elargì buoni petrolio (a Formigoni 24 milioni di barili) in cambio dell’appoggio internazionale contro l’embargo”. Si parla ovviamente dello scandalo “Oil for food” che travolse la ONU pochi anni fa.
La Commissione d’inchiesta ONU sta ancora lavorando. Non c’è motivo per considerare Formigoni colpevole già da ora.

Certo è che gli appalti a CL più la storia di Oil For Food non sono una splendida accoppiata di credenziali per presentarsi come leader di un futuro partito unico a destra. Qualcuno potrebbe dirmi che in politica “il più pulito ha la rogna”. Sono quei cittadini che non si formalizzano troppo per scandali, scandaletti e favorini di cui molti politici si servono per fare carriera.

Io mi formalizzo. E dico: Formigoni ha delle belle idee sul partito unico di centro-destra, può essere un valore aggiunto per la politica italiana del futuro. Ma per carità che chiarisca la sua posizione.

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categoria:destra, espresso, formigoni
mercoledì, 26 aprile 2006

Basta ONU

In questo articolo voglio trattare un argomento sempre d’attualità: l’ONU.
Su un blog amico si parlava della missione di pace in Iraq, del fatto che l’Italia abbia aderito alla missione solo dopo la risoluzione 1511 delle Nazioni Unite che legittimava l’intervento militare allo scopo di ricostruire e pacificare.

A questo punto come direbbe Lubrano (a proposito, qualcuno sa dirmi che fine ha fatto?), la domanda sorge spontanea: ma l’ONU oltre a prendere atto dell’invasione americana, che cosa ha fatto prima di partorire questa decisione? Nulla. E’ stata semplicemente calpestata, o meglio ancora sorpassata dal decisionismo di un paese che ha i mezzi politici, militari e diplomatici per fare di testa sua.

 
Dunque l’Organizzazione “più potente del mondo” autorizza i suoi paesi membri ad intervenire, per concludere il lavoro (o risolvere i problemi creati , dipende dal punto di vista) che un altro suo stato membro ha compiuto in aperta violazione della volontà della stessa Organizzazione. E’ l’ONU che delegittima se stessa.
Non è certo la prima volta che accade, né sarà l’ultima. La crisi iraniana non verrà risolta dall’ONU, a meno di enormi rinunce di uno dei suoi membri con diritto di veto (USA, UK, Inghilterra, Russia e Cina), cosa che verosimilmente non accadrà mai. All’interno dello stesso consiglio permanente gli interessi non collimano, spesso sono apertamente in contrasto tra di loro. Perché non mi venite a dire che Bush e Hu Jintao, oppure Blair e Putin abbiano una politica estera conciliabile. Se Taiwan non è ancora riconosciuto come stato dalle Nazioni Unite, si deve esclusivamente al fatto che la Cina si opponga da sempre all’autodeterminazione dei taiwanesi, ormai indipendenti politicamente, e soprattutto democratici e sviluppati.

 Le Nazioni Unite sono figlie di un’utopia, di un clima di distensione post-guerra che non ha mai trovato riscontri nella realtà. Già a pochi anni dalla sua nascita, al formarsi dei due blocchi contrapposti, l’ONU si trasformò in uno spettatore immobile, imbelle, della guerra fredda. I suoi due protagonisti giocavano a rimpiattino nel consiglio permanente: gli USA propongono qualcosa? Benissimo, la Russia farà veto. E viceversa.

La verità è una: i 5 paesi con diritto di veto non possono sedere allo stesso tavolo. O meglio, possono, sapendo però fin dall’inizio che da una cooperazione di questo tipo non nascerà mai nulla, nessuna decisione unanime verrà presa, nessuna politica comune verrà avviata. Non fin quando una dittatura e una mezza dittatura avranno il potere di bloccare qualsiasi processo decisionale gli sia scomodo.
Con l’intervento irakeno gli USA hanno dimostrato di condividere questo corollario. E infatti, per le decisioni più importanti, agiscono da soli. Con le conseguenze che possiamo notare.

 
Non è solo una questione dei grandi 5. Quanti dittatori sanguinari o autoritari sono accolti a braccia aperte al Palazzo di vetro? La politica di coesione dell’ONU si è trasformata nell’agghiacciante principio secondo cui l’opinione ed il voto di una dittatura hanno lo stesso peso di uno stato libero e democratico. Ne consegue che, se le dittature fanno fronte comune (come spesso è accaduto) i loro voti diventano decisivi in alcune sedute. Ci può essere di peggio? Ma certo che sì: l’ONU è riuscita nel capolavoro di assegnare al Sudan e a Cuba un posto all’interno della commissione per i diritti umani. Stiamo parlando di un paese che considera prassi corrente la mutilazione genitale femminile e di un altro che lascia morire giornalisti dissidenti. Questi paesi dovrebbero avere voce in capitolo? Dovrebbero avere qualcosa da insegnare all’Europa, agli Stati Uniti, al Giappone, all’Australia? Non sarà piuttosto il contrario? Dulcis in fundo: in quella Commissione la presidenza apparteneva alla Libia del dittatore Gheddafi. Ma in Italia dobbiamo dirlo sottovoce perché oggi Gheddafi va tanto di moda e sarebbe davvero da villani chiamarlo col proprio nome.
Ma del resto che importa, all’ONU ciò che conta è che tutti possano partecipare alle decisioni.
Per amor di cronaca va detto che l’ONU ha varato una riforma della Commissione proprio per evitare che scandali del genere si ripetano. La soluzione trovata è comunque un compromesso, tanto per cambiare, rispetto alla proposta di USA e UE di bandire l’accesso ai paesi violatori dei diritti umani.

 
La verità è che la ONU è ormai un soggetto immobile, antistorico, vorrei dire inutile se spesso e volentieri non si fosse rivelato anche dannoso. In Somalia e in ex Jugoslavia l’incapacità decisionale delle sue gerarchie militari ha permesso il perpetuarsi di stragi inumane. Altri danni, stavolta di immagine, sono arrivati dall’immenso scandalo di “Oil for food”. Una vicenda che mise allo scoperto le devastanti falle nella burocrazia ONU e che ha rovinato per sempre l’immagine di credibilità e pulizia che i suoi funzionari avevano. Sono argomenti che meriterebbero una trattazione a parte. Qui voglio solo citarli allo scopo di aprire una discussione sulla prestigiosa Organizzazione delle Nazioni Unite. Quando si parla di ONU è tutto uno sperticarsi di lodi, si ha sempre l’impressione di trovarsi davanti il Paladino della Giustizia e della Libertà.
Se vogliamo guardare i fatti, la realtà viene a galla. E la conclusione non può che essere una soltanto: l’ONU non ha più ragione d’essere, e perciò deve scomparire. Per sgombrare il campo da tutte le ipocrisie che ha ingenerato.

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categoria:iraq, cina, onu , libertà
lunedì, 24 aprile 2006
La sinistra, cos'è?


E’ un periodo di grande confusione. Confusione di idee. In Italia e in tanti paesi dell’Europa. In particolar modo è la sinistra ad essere disorientata. La sua ideologia di base è morta, nuovi valori vanno costruiti, riconosciuti come propri. Nuove esigenze nei popoli che bisogna saper cogliere, rappresentare, difendere e far diventare realtà.
Nel nostro paese, che in queste ore festeggia i 61 anni dalla liberazione, cosa sia la sinistra è davvero difficile dirlo. Al suo interno c’è chi rimane attaccato a valori, simboli e idee ormai logori, sbiaditi, falliti.
Poi c’è chi pensa che il futuro della sinistra, non si trovi a sinistra. E tra mille distinguo si perde, si snatura, diventa qualcosa d’altro. Che non si sa bene cosa ma non è sinistra.

C’è fortissimo bisogno di un’identità.

Leggete questo discorso. L’ha pronunciato uno dei pochi politici veramente di sinistra che ci siano in Europa.

“La destra crede negli individui come consumatori, nel mercato come soluzione e nello Stato come ostacolo. La sinistra crede negli individui come cittadini, nella società aperta e tollerante come soluzione per lo sviluppo individuale, e nello Stato come garante.
Per questo mi considero di sinistra. Credo che lo Stato non debba solo “lasciar fare” ma comportarsi con decisione per promuovere nuovi diritti sociali, cittadini più liberi, preparati e più protetti”.
Josè Luis Rodriguez Zapatero

 

Lo scopo di questo post non è di creare un fossato tra nessun “noi” e nessun “loro”. Nessun buono e nessun cattivo.
L’intento, più che altro, è una speranza. Che una parte fondamentale della cultura italiana ritrovi se stessa e torni ad essere feconda, moderna, laica, europea.

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categoria:sinistra, europa, zapatero, laicità
venerdì, 21 aprile 2006

Le leggi elettorali e la storia che si ripete


La storia vive spesso di  deja-vu. E altrettanto spesso neanche se ne accorge.

Leggendo la Storia d’Italia di Arrigo Petacco ho avuto l’impressione di rivivere le polemiche di questi giorni, di questi mesi. Sto parlando della legge elettorale voluta dalla DC nel 1953, da molti ribattezzata “legge truffa”.
Dopo una legislatura in cui la sola DC di De Gasperi aveva governato con maggioranza assoluta alle due camere (in seguito al trionfo del 1948), arrivò l’inevitabile
calo dei consensi. L’allarme fu lanciato dalle amministrative del 1951 in cui la DC perse 4 milioni di voti rispetto ad appena tre anni prima. A molti italiani non piacque l’abuso che la DC stava facendo del proprio potere e diversi scandali di corruzione erano già saltati fuori.
Per continuare a governare senza gli intoppi dell’opposizione socialista-comunista, e soprattutto con continuità c’era bisogno di un’idea nuova. E’ così che balena l’idea del sistema maggioritario con premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50% +1. Il premio consisteva nel 65% dei seggi alla camera. Uno squilibrio enorme tra consensi ricevuti e quote di potere accaparrate. Il dibattito alle commissioni e poi alle camere fu durissimo: volarono oggetti di ogni tipo, le scazzottate furono più d’una, gli insulti all’ordine del giorno.

Lo stesso Scelba (uno dei più invisi all’opposizione) iniziò a nutrire qualche dubbio su questo enorme premio di maggioranza. Si rese conto che un sistema così architettato, si prestava ad interpretazioni piuttosto maligne circa la riluttanza della DC ad abbandonare il potere. E di far tutto il possibile per evitare la sconfitta. Il dibattito interno alla DC, comunque, si smorzò presto e la legge passò, senza sostanziali modifiche, con i voti della sola maggioranza: socialisti e comunisti avevano abbandonato l’aula. Fu necessario che il governo chiedesse la fiducia, per togliersi dalla palude.

Fin qui trovate qualche assonanza con il 2006? Io più d’una.

Adesso arriviamo alla seconda parte, ancor più incredibilmente simile alla vicenda delle elezioni del 9-10 Aprile.
La DC si presentò in coalizione con PSDI (socialisti scissionisti), PLI (liberali) e PRI (repubblicani). L’altro fronte, in aperta protesta, si presentò diviso. Fatta eccezione per Unità Popolare, un terzo polo, una coalizione costituitasi ex novo da dissidenti di parte socialista e repubblicana. Questa coalizioncina si rivelò determinante per il fallimento del progetto DC: raccolse quasi l’1%. Tutti voti sottratti alla coalizione dei quattro capeggiata dai democristiani, che raggiunse (beffa delle beffe) il 49,8% dei voti.

Mancarono appena 54mila voti al raggiungimento dell’ambitissimo traguardo del 50%+1, che avrebbe voluto dire maggioranza schiacciante democristiana.

E’ anche vero che furono tantissime le schede annullate (molti italiani non capirono il nuovo sistema ed espressero solo la preferenza al candidato e non anche alla lista) e soprattutto quelle contestate. Un milione di schede contestate. Tuttavia De Gasperi decise di non ascoltare le fazioni più oltranziste del suo partito e non impugnò alcuna battaglia dei conteggi. Da grande statista aveva capito perfettamente che un’ulteriore forzatura avrebbe esasperato un clima che già, di per sé, disteso non lo era.

La DC tornò a guidare il paese. Con la differenza che, stavolta, avrebbe dovuto ascoltare ed accontentare anche i propri alleati, che giocavano un ruolo decisivo per la sopravvivenza del governo. Così come avrebbe dovuto ascoltare assai di più le sinistre.

Quasi dimenticavo. Da legge “ad momentum” qual era, la “legge truffa” fu abrogata l’anno seguente.

 

A proposito di legge elettorale, a questo indirizzo trovate una proposta molto interessante per sostituire il “porcellum”: maggioritario a due turni.
Per chi volesse approfondire la vicenda 1953, l’archivio RAI offre un servizio di approfondimento con Ugo Zatterin. Qualità audio pessima, qualità giornalistica eccelsa.

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categoria:elezioni, dc , degasperi
martedì, 18 aprile 2006
Il Padrino in campagna elettorale

La cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano di pochi giorni fa ha anche dei risvolti politici inquietanti.
Salvatore “Totò” Cuffaro è il Governatore della Sicilia, uomo di punta dell’UDC, candidato alle elezioni del 9 e 10 Aprile e alle imminenti elezioni amministrative (con ottime probabilità di vittoria e di tenersi lo scranno da Governatore).
Il senso di inquietudine diventa nausea e vi spiego perché.
Sull’attuale Governatore dell’isola pende da tempo l’accusa, pesantissima, di favoreggiamento a Cosa Nostra. Più altre torbide storie. Già durante la campagna elettorale molti esponenti dell’Unione avevano chiesto di annullare la sua candidatura, se non per decenza, almeno per trasparenza.

Veniamo alla cattura di Provenzano: delle immagini televisive hanno mostrato che sul tavolo della masseria adiacente alla casa del Padrino, c’erano diversi volantini che sostenevano la candidatura del nostro Cuffaro per le amministrative siciliane. Il governatore si difende e grida al complotto, sostenendo che quei volantini sono stati piazzati lì, a beneficio delle telecamere, da un giornalista della tv siciliana con una gran voglia di scoop.  

Giusto indagare.

Ma ecco cosa dichiara il giornalista di Tgs, Francesco Massaro: “"I fac simile erano in un barattolo nel locale della masseria vicino alla casa dove si nascondeva il boss Bernardo Provenzano. Io li ho solo tirati fuori e poggiati sul ripiano per farli inquadrare dalla telecamera. Quello che è avvenuto in quel locale l'ho detto oggi ai poliziotti che mi hanno interrogato. Non ho messo nulla in quei locali. Ho solo evidenziato, come spesso facciamo nel nostro lavoro di cronisti, un particolare che mi sembrava interessante facendo inquadrare alla telecamera i fac simile che erano già lì".

 
Sulla deontologia del giornalista c’è sicuramente di che lamentarsi. Sulla realtà dei fatti, pare non ci siano molti dubbi. Nella masseria del Padrino, Bernardo Provenzano, c’erano dei volantini inneggianti ad un uomo politico già accusato di rapporti con la mafia. Quest’uomo è stato candidato alle politiche, è l’attuale governatore della Sicilia e potrebbe continuare ad esserlo per altri anni, se vincerà le elezioni.

 Nessuno vuole giudicarlo prima della Magistratura. Tuttavia è suo dovere morale farsi da parte e dovere delle Istituzioni costringerlo a farlo.

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categoria:mafia, elezioni, provenzano, cuffaro
venerdì, 14 aprile 2006

La fede nella politica

 Questo discorso è di Marcel Gauchet, intellettuale francese e capo redattore di "Le Dèbat".

“I francesi hanno fede nella politica. Anche gli altri europei sono preoccupati dalla crescita della precarietà, ma non pensano di avere il potere di incidere sulla realtà. I francesi continuano invece a credere nella politica e nello Stato. L’eredità storica francese è questa: la convinzione nella politica. Per questo i nostri vicini ci prendono un po’ per matti. Questo convincimento spiega tante cose, spesso incomprensibili all’estero, come la forza dell’estrema destra: la gente non si rassegna all’insicurezza o al fatto che non si possano controllare le frontiere. Se un uomo politico vuol suicidarsi, basta che dica che “lo Stato non è tutto”. E’ quel che ha fatto Lionel Jospin, con l’esito che sappiamo. Un sondaggio ha mostrato recentemente che i francesi sono quelli che credono meno all’economia di mercato: non immaginano certo che si debba uscire dal mercato, ma pensano che lo Stato deve comandare al mercato”.

Gauchet colpisce nel segno. Il senso dello Stato dei francesi... a tratti così esagerato da essere irreale, antimoderno, antieuropeo. A tratti così ostinato da salvare la faccia, e la pelle, nei momenti più difficili della propria storia.
Tuttavia, a leggere queste frasi sono tentato di dire: mi sento un pò francese.


ps: auguro a tutti i miei amici bloggari una buona Pasqua e Pasquetta!

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categoria:politica, francia, stato
mercoledì, 12 aprile 2006
Dunque... sì, due Italie

Mai titolo fu più profetico… il mio post di una settimana fa denunciava quella che oggi è la parola più in voga in Italia: spaccatura, o divisione, il concetto è lo stesso.
Chi si loda si sbroda, direte voi. E infatti non è mia intenzione star qui a disquisire su quanto “ci avessi azzeccato” anche perché un risultato di questo tipo non me lo aspettavo assolutamente. La mia “proiezione” si è rivelata un bidone gigantesco.
La divisione a cui facevo (e faccio) riferimento è nei valori: gli italiani hanno due maniere diversissime di concepire lo Stato, lo statista e la funzione degli organi democratici. I risultati elettorali mettono a nudo una realtà che è ancora più inquietante (ma interessantissima): queste due maniere di pensare l’Italia riflettono esattamente le due metà della popolazione italiana. 50 e 50.  

Lo saprete già tutti quanti, voi bloggari appassionati di politica che vi starete (come me) riprendendo dalla sbornia di numeri e percentuali ma un dato lo vorrei ripetere: risulta che per la Camera la differenza tra Unione e CdL sia di 25.000 voti. Venticinquemila voti su quaranta milioni. E’ impressionante.

 
E’ per questo che il centro-sinistra, esauritasi la sacrosanta festa di Piazza Santi Apostoli (c’erano migliaia di persone in attesa da ore, non si pretendeva certo che Prodi li snobbasse… la militanza è un valore da rispettare), dicevo, esaurita questa festa è già ora di pensare a cosa fare, in concreto, per far ritrovare al Paese un po’ di unità, di concordia almeno su alcuni fondamentali aspetti della vita sociale.

Che questo governo s’ha da fare è ovvio: quando si hanno le maggioranze di Camera e Senato, altro che governo tecnico e inciuci di Grosse Koalition… ci sono tutti i presupposti per mettere su un Governo di 5 anni. Chiunque abbia le minime fondamentali conoscenze della politica, si rende conto dell’ovvietà di tutto ciò.

 

Il discorso veramente interessante, qui, è ben altro. Le frasi dei due leader di coalizione, prima e dopo il voto, dovrebbero far pensare parecchio perché denotano due stili ben differenti.
Per fortuna, la spaccatura dell’elettorato è un fatto riconosciuto e affrontato sia da Berlusconi che da Prodi. E vorrei ben vedere, tanta è l’evidenza del dato. Altrimenti i due non avrebbero imbiancato la nottata, attaccati agli schermi televisivi in attesa che si scrutinassero anche le ultime schede raschiando il fondo delle urne.
Entrambi hanno una loro ricetta per rispondere a questo verdetto, che è anzitutto un verdetto di divisione.

 
C’è chi ha improntato una campagna elettorale su alcune parole chiave: “unità”(non mi riferisco, ovviamente, al pessimo quotidiano), “concordia”, e l’avverbio “insieme”. “Insieme ce la facciamo”, “uniamo il paese”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole. Fino alla noia, a dir la verità.
Lo stesso politico, a risultato acquisito, parla di un governo “che unisca, un Governo di tutti, anche di quelli che non ci hanno votato”.

 
C’è, poi, chi ha basato la sua campagna elettorale sui temi di “noi contro loro”, “comunismo al potere”, e via delegittimando, alimentando paure, agitando spettri e disegnando cupi panorami nel caso in qui “quelli” avessero occupato le stanze del potere. La paura, si sa, allontana più che avvicinare. Una campagna aggressiva, basata su sentimenti negativi che, a quanto pare, ha dato risultati.
Lo stesso politico, a risultato acquisito, propone una “grande coalizione per il bene del Paese”. Una coalizione insieme agli stessi comunisti, prestanome, marinaretti, transgender e anticlericali contro cui s’era scagliato fino a tre giorni prima.
Io mi attengo ai dati di fatto e traggo le mie conclusioni. Un politico coerente. Uno un po’ meno, ma tanto tanto attaccato al potere.

Il mio augurio è che il centro-sinistra dimostri da subito di essere ciò che s’era professato. Una forza che unisca anziché dividere. Se al computo dei cinque anni così non fosse, proveremo qualcos’altro. Ora che lavorino, e lasciamoli lavorare.

 “Work in progress”.


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categoria:politica, elezioni, berlusconi, prodi
domenica, 09 aprile 2006

 Cavalcare la sfiducia
In questi giorni ho avuto degli interessanti confronti con alcuni amici bloggari. Fra gli argomenti toccati c'era l'individualismo, il calcolo del mero interesse personale che questo centro-destra sta cavalcando e sta fomentando nei cittadini italiani. "Meno tasse" è uno slogan pericoloso, soprattutto se esternato a pochi giorni dal voto e senza che segua un'adeguata spiegazione del come questo proposito si realizzerà. E' pericoloso perchè fa leva sull'egoismo,e la politica trova il suo punto più alto esattamente nell'opposto dell'egoismo. La radice stessa della parola, "polis", rimanda alla collettività, a tutti.
E' pericoloso quando chi si candida a rappresentare lo Stato usa la sfiducia nello Stato come grimaldello elettorale.
Per questo ho deciso di citare uno stralcio dell'articolo di fondo che Eugenio Scalfari ha pubblicato su Repubblica di oggi. Spiega, sicuramente molto meglio di me, da dove nasce questa inquietante forma di sospetto verso lo Stato e quanto sia inquietante alimentarla.

[...]"Troppo a lungo siamo stati colonia di questa o quella potenza estera, funzionali a interessi sovrastanti, pedine di giochi altrui. I centri del vero potere erano fuori dal nostro controllo. L'egemonia politica economica militare era altrove. Non c'erano diritti ma favori, non cittadini ma sudditi,non forze politiche radicate e autonome ma consorterie, clientele, oligarchie tributarie di lontane sovranità.
Perciò lo Stato è stato vissuto come un potere estraneo e potenzialmente ostile, comunque sospettabile.
Questa situazione si è protratta anche quando lo Stato è finalmente nato anche da noi. La nostra lunga storia "coloniale" aveva infatti creato un retaggio di individualismo anarcoide che i centrocinquant'anni di storia unitaria e i più recenti sessant'anni di storia repubblicana non sono riusciti a dissipare completamente.
Tracce visibili di quella vocazione anarchica restano tutt'ota e si rivitalizzano tutte le volte che l'insicurezza etica e sociale evoca la presenza di personaggi che dell'individualismo politico fanno un valore, della demagogia uno strumento possente e della politica un mercato di scambio per gli interessi delle "lobbies" nel quale tutto si può vendere e comprare. In fondo al tunnel la deriva plebiscitaria". [...]
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mercoledì, 05 aprile 2006
Due Italie?

E' quello che mi sto chiedendo da qualche tempo e negli ultimi giorni ancora di più. Credo che, più che altro, siano gli effetti della campagna elettorale a darmi l'impressione che ci siano due Italie contro, due Italie contrapposte che vogliono vincere e non riconoscono nulla all'avversario, lo ascoltano solo per poterlo denigrare ancora una volta, a voce ancora più alta.

Io credo che sia veramente così. Che ci siano due modi assolutamente diversi e sempre meno conciliabili di intendere la politica, la convivenza sociale e le regole generali. Saranno gli effetti del bipolarismo che sta prendendo piede anche nel nostro paese, suppongo.
Un anno e mezzo fa, quando mi trovavo in Erasmus convivevo con alcune persone, e fra queste un amico americano. Di Seattle. Ebbi la fortunata esperienza di conoscere uno statunitense proprio nel periodo delle elezioni. Lui votò Kerry, fece la notte in bianco per seguire l'andamento delle urne e mi ricordo che il risultato lo deluse moltissimo. Era deluso dal suo stesso popolo. E mi raccontò dell'America blu e dell'America rossa. Nessun riferimento al comunismo ovviamente. Per intendersi, nella maratona elettorale USA la televisione mostrava la mappa del paese, e colorava gli stati che avevano dato il voto ai repubblicani col  rosso, e quelli a maggioranza democratico col blu.
"Ci sono due americhe" mi diceva "non mi riconosco in quegli stati colorati in rosso, siamo diversi, non posso capire come abbiano potuto votare Bush".

Mi sorprendevo un pò a sentire quelle frasi. Oggi credo di comprenderle. In Italia sta succedendo qualcosa di simile.
Parlo con un mio amico, il mio migliore amico. Abbiamo litigato mezza volta in dodici anni. Un bel giorno scopro che c'è una totale incomunicabilità politica fra di noi. E' proprio sui termini base che non c'è intesa: libertà, laicità, Stato. Da farsi cadere le braccia.

In questi giorni sto leggendo altri blog. Per la verità ho navigato soprattutto su blog orientati sul centro-destra, un pò per caso un pò no.
Da diverso tempo leggo un blog che si professa liberale. Solo negli ultimi giorni ho deciso di commentare alcuni articoli, e così mi è capitato  d'imbarcarmi in una crociata, contro l'autore e tutti gli altri lettori, sul tema del liberalismo. Non siamo giunti ad un accordo ma è uscita una discussione interessantissima e un pò inquietante. Inquietante perchè mi sono reso conto di come l'ideologia liberale possa essere interpretata in due modi opposti. Se quella discussione andasse avanti cento anni nessuno dei due si smuoverebbe di un centimetro. Volendo cercare il lato positivo, direi che parlando con persone preparate e non prevenute si impara comunque qualcosa di nuovo.

Ho avuto maggior sollievo leggendo questo post che mi ha suggerito qualcosa di importante. La faziosità, per fortuna, non è una professione di fede. Non è necessario essere sempre meschinamente partigiani e giustificare qualsiasi cosa si faccia dalla parte delle propria barricata.
Il mio collega bloggaro avrebbe potuto ricordare maliziosamente gli insulti che sono piovuti anche dall'altra parte, minimizzare, lanciare fumogeni retorici per annebbiare tutto il busillis. Avrebbe anche potuto lanciarsi in difesa dell'uomo che ha scagliato quell'insulto, proteggerlo. Non l'ha fatto.

Credo una cosa: chi possiede questo stile è una persona libera.


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categoria:blog, internet, libertà, laicitÃ